Spaghetti Fantasy: Oh, boy!


Conan - jewel in the Skull - by Cary Nord

“E quello?”
“Chi?”
“Quello. Quello appeso, nella gabbia, secco e macilento…”
“Ah! Quello! È uno merdoso del nord.” Disse l’oste dal ventre prominente e la pelata rigata dagli ultimi, stoici, peli sopravvissuti, sfoggiando un enorme sorriso marcio. “Erano in dieci, hanno provato a derubarmi ma gli è andata male!” Occhiolino.
“…e quello?”
“Un trofeo. Così nessuno stronzo di soldato nordista penserà di avere vita facile, da queste parti!” E sputò rumorosamente per terra, terrorizzando un cane randagio. “In guerra chi ci rimette è sempre la povera gente!”
Il soldato, o quello che ne rimaneva, penzolava dentro una stretta gabbia appesa a un palo di legno in mezzo alla via. A stento si riconosceva il pettorale di cuoio che portava. Aveva più l’aspetto, e il fetore, di un cadavere adagiato nei suoi escrementi. Emaciato, con la testa poggiata alle sbarre, gli arti abbandonati.
La luce grigia del mattino rendeva tutto ancora più inquietante. L’oste tirò rumorosamente dal naso.
“Macché dieci, vecchio ubriacone!” Interruppe una donna. “Erano in tre e a questo gli ho dato io il matterello in testa per primo! Gli altri due stavano fuggendo ma i ragazzi li hanno dati in pasto ai maiali!”
“Bah, taci!” Sbottò l’oste, come se gli avessero soffiato il premio dalle mani. “Se non l’avessi spaventato io t’avrebbero violentata e ora avremmo un figlio bastardo in più!”
“Almeno i soldati ce l’hanno un cazzo che funziona e…”
Fosco tossì rumorosamente, con la mano poggiata sul pomo della lama che aveva al fianco.
“Ma…” Provò l’oste “…ma solo quei bastardi del nord trattano il popolo così. Quelli del sud sono…”
“Quando è successo?”
“Cosa? Ah! Quello! …due settimane fa… sì, due. Poi quattro giorni fa ha piovuto e si è fatto una bella bevuta. Tutta la merda che sgocciolava! Abbiamo dovuto ripulire come fossimo i suoi sguatteri!”
L’oste continuava a straparlare sputacchiando ad ogni parola, interrotto ogni tanto dalla moglie che arricchiva il discorso con epiteti impronunciabili.
Fosco frugò nella bisaccia e ne trasse una cartina tracciata a memoria con del carboncino ad abbozzare la zona e gli avamposti più vicini a quel paesello dall’aria piuttosto ricca e, stranamente, ancora non reclamato da truppe di passaggio che l’avrebbero in breve razziato, passandosi le donne una per una, dal primo pelo al capello d’argento.
Appoggiato al muro della taverna, si massaggiava la barba spinosa, vecchia di una settimana, sulla pelle nero carbone mentre valutava le distanze. Un crescente fragore riuscì a interrompere gli strepitii dell’oste e di sua moglie, ai piedi dell’inquietante trofeo.
Come evocati, annunciati dalle urla di alcune donne in fondo alla via, una masnada di soldati a piedi aveva raggiunto il villaggio con volti avidi.
Fosco mise via la mappa e si dileguò in un vicolo. “Porco cazzo! Porco cazzo!” Svicolò dietro un angolo, cercando di portarsi il più lontano possibile e uscire dal paese. Lasciata una stretta viuzza fu costretto a infilarsi sotto un carro attaccato a un mulo: alcuni dei fanti avevano cominciato a razziare le case. Uno aveva afferrato una donna sui quaranta, strappandole la veste con cupidigia. Quello che forse era il marito aveva provato a urlare ma l’altro lo aveva zittito con un colpo di mazza ben assestato sul cranio, come una brocca piena d’acqua che s’infrange sul terreno. La donna piangeva e, a occhi chiusi e denti stretti, subiva.
Fosco non era turbato, avrebbe fatto lo stesso e i suoi compari probabilmente peggio, molto peggio, così approfittò del momento per osservare gli uomini: Cani Neri, una compagnia del nord, come diceva il simbolo del mastino su uno spallaccio dell’aggressore.
Stava per scattare via quando vide un ragazzo uscire da una casa, armato di un manico di scopa spezzato e piantarlo proprio sotto la nuca del soldato occupato con la donna, facendolo crollare in avanti. La donna urlava. Uno dei suoi compari imprecò, estraendo la spada per abbatterla sul ragazzino.
Il fendente rallentò appena contro il suo braccio, alzato in una difesa disperata, ma bastò perché la lama ne raggiungesse il petto senza dividerlo in due: l’avambraccio cadde a terra, divelto, e il giovane barcollò all’indietro mentre l’ampia ferita cominciava a riversare fuori il sangue.
Fosco voleva ignorare la questione, il ragazzino era ormai spacciato, eppure qualcosa lo aveva trattenuto in quel buco di culo che era il mondo, lasciandolo in vita. Un segno, forse di qualche divinità scomparsa, ma era un segno e Fosco non era solito ignorarli.
Strinse per un attimo il portafortuna che aveva in una tasca e sottrasse il ragazzo dal secondo fendente. Sotto gli occhi sorpresi del soldato, Fosco se lo era caricato in spalla ed era fuggito in una via laterale, lasciando che la lama dell’avversario roteasse a vuoto.
Fosco era già ad un isolato di distanza. Il ragazzo sanguinava come un maiale sgozzato, inzuppandolo e lasciando una visibile traccia rossa dietro di lui. C’era quasi quando un soldato, vedendolo correre a perdifiato, gli si parò davanti con un coltello, forse credendo che l’altro si sarebbe fermato. L’uomo dalla pelle nera caricò con tutto il suo peso cogliendolo di sorpresa e placcandolo con forza, scaraventandolo a terra. Fosco mantenne l’equilibrio, gettandosi a perdifiato fuori dalla strada e perdendosi nella boscaglia.
Sperava di non essere riconosciuto o avrebbero detto addio all’effetto sorpresa, per non parlare del fatto che Lazzaro l’avrebbe frustato personalmente. E aveva pure perso il cavallo!
Percorse alcune centinaia di metri e si decise a fermarsi: il ragazzo era ancora vivo. Strappando la mantella, avvolse la ferita sul petto e al braccio meglio che poté e riprese a muoversi.

L’acqua della tinozza, seppur fredda, gli rinvigorì immediatamente le membra dopo la lunga camminata. Il sangue che gli si era impiastricciato addosso tinse l’acqua di rosso. Fosco appoggiò la testa per un momento per fare il bilancio della situazione.
“Dobbiamo chiamarti Fosco il Rosso, adesso?”
Fosco non aprì nemmeno le palpebre, aspettandosi il peggio. “Non ho incontrato vergini, di recente. Sono sempre più rare…”
L’altro, Giuno Murena, un uomo torreggiante dal capo rasato e coperto di cicatrici, diede un calcio alla tinozza.
“Se passa la notte lo scricciolo sopravvivrà. Tu invece… : Lazzaro vuole vederti. Comincia a pregare. Voleva quel villaggio.” Murena, torvo in volto, uscì dalla tenda facendo entrare una folata fredda che rizzò tutti i peli di Fosco. Non trovava mai il tempo di lavarsi, desiderio che lasciava sempre perplessi i suoi compari.
“Vaffanculo.” Disse quello a denti stretti, alzandosi dalla tinozza. Nudo, sfiorò una statuetta su un altarino ringraziando di non essersi unito agli antenati che non conosceva e cominciò a preparare un discorso.

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