Palazzo d'Ossa.
Il rubino sull’anello rosseggia alla luce della torcia mentre Efialte sfiora la superficie polverosa del pavimento di pietra dietro le casse di provviste. Il dito regale striscia lento verso il basso, tra il sudiciume di secoli, alla ricerca di fenditure, fino a trovarvi un cerchio perfetto inciso da mani esperte. Cautamente vi batte le nocche: vuoto. Efialte si guarda intorno. Il giorno seguente avrebbe potuto chiamare un paio di operai per capire se si poteva alzare la lastra… oppure avrebbe preso un martello dal magazzino vicino e avrebbe spaccato con foga la lastra, rivelando una buia rampa di scale scavate rozzamente.
Poco prima stava seduto nella biblioteca del Palazzo d’Oro, sulla rocca della capitale del Nord, Re Efialte De Cesari, ultimo della sua stirpe, a sfogliare con avidità i pesanti annali. Era un vizio tutto notturno, un piacere segreto che condivideva solo con se stesso e, raramente, con una donna fatta passare di nascosto e con una certa abilità da un passaggio dietro certe scaffalature.
Si chiedeva se, col tempo, sarebbe stato appellato con un nominativo come “Il Saggio” o “Il Paziente”. Suo padre, Sofos, addormentato placidamente nelle sue stanze, completamente sbronzo dalla cena, avrebbe preferito che, in tempo di guerra, il suo primo figlio fosse stato in prima linea e che l’avrebbero chiamato “il Forte”, “L’Impavido”, “il Leone” ma ci aveva rinunciato da tempo. Suo padre apparteneva ancora alla generazione dei Re Soldato, abili solo a spiccare teste e ingravidare puttane. Al posto di Efialte era suo fratello minore, Dramos, a guidare l’esercito sul campo. Dramos era un ottimo combattente, un generale dal carisma impeccabile, amato dai soldati ma anche un idiota violento e presuntuoso, capace di cantare ruttando e a malapena firmare con una croce.
Gli Dei avevano diviso in modo poco equo le qualità tra i suoi due figli ma in fin dei conti Efialte era un buon governante, pratico degli affari di Stato e un fine diplomatico, famelico nella ricerca del sapere e che si era pisciato addosso l’unica volta che era stato costretto a recarsi nei pressi di una battaglia. Eppure i suoi agenti segreti e spie erano ovunque per riferirgli ogni minimo sussurro, ogni passo avanti delle truppe, ogni prostituta lurida e sdentata con cui il fratello si era accoppiato e ogni giovanotto gonorroico da cui si era fatto sodomizzare alle spalle della moglie, sola a palazzo e pasciuta di amanti.
Efialte il Codardo.
Ciò su cui, sprofondato nella poltrona, cercava di far luce era il passato. Non le gesta ma le leggende e le minuzie e, per caso, si era imbattuto nei registri di costruzione del palazzo, ricostruito sulle macerie di una struttura più antica, per rispettare i dettami degli antenati. Gli scritti parlavano di un Palazzo delle Ossa dedicato ai Titani, figlio di un’epoca barbarica agli albori dell’ascendenza della sua famiglia, quando le tribù si riunirono sotto il suo antenato dopo averle sconfitte in battaglia. Così diceva la leggenda che suo padre e il padre di suo padre avevano tramandato ma nulla più.
Allungando la torcia, Efialte il Distruttore cerca di scorgere la fine del cunicolo. Buio totale, un abisso circondato di pietra e un tanfo rivoltante di cadaveri e muffa, tanto da fargli vomitare la cena sulla regale vestaglia. Ansimante per lo sforzo e dopo essersi pulito la bocca con una manica, il Re si volta. Magari qualcuno lo stava cercando al piano di sopra, sua moglie non trovandolo a letto avrebbe mandato una guardia a chiamarlo. Forse doveva tornare indietro. Pensando alla faccia di quell’idiota del fratello, torna a guardare l’abisso nero.
L’Esploratore muove un timido passo sul primo gradino non percependo alcuna minaccia. Le pareti di pietra sono vuote, spoglie, spicconate senza un criterio.
L’umidità lo fa sudare tanto da detestare il suo stesso puzzo. Il calore della torcia è insopportabile e per un attimo pensa di spegnerla.
Dopo un tempo indefinito Efialte si volta in cerca della luce rassicurante dell’entrata ma scopre che non riesce a scorgere alcun chiarore. Come sospinto, Efialte il Timoroso continua a scendere i gradini che via via si arrotondano, sempre più abbozzati, fino a trovarsi su una lieve discesa.
La luce della torcia illumina sporgenze sul soffitto e sul pavimento non più alte di un piede. Sembrano messe lì a caso, non sono appuntite ma sembrano mattonelle nel verso sbagliato. L’uomo si avvicina con cautela, squadrandole per qualche istante, azzardandosi a toccarle: marmo bianchissimo coperto dalla polvere di millenni. Efialte lo Scalpellino vi fa scivolare sopra tutta la mano sentendo che la pietra è fredda mentre l’aria intorno a lui rimane torrida.
Fa qualche passo per vederli meglio: sono denti, incisivi umani enormi. Il battito del cuore accelera improvvisamente.
Ormai incerto da quale direzione sia arrivato, se fosse uscito da quella strana bocca o se vi stesse entrando, sente nuovamente il vomito in gola e, pressato dall’aria e dalle pareti, inizia a correre. Sui muri vede altri denti. Incisivi, canini, molari, sul soffitto, sulle pareti, sempre più fitti, sempre di più, ed è costretto a schivare quelli che gli si parano davanti ai piedi. Poi dita: prima falangi, poi intere mani di pietra, avambracci pietrificati, tesi per ghermirlo e strappargli la pelle dalle ossa. Infine appaiono le facce, uomini e donne, congelate in un urlo spaventoso, occhi di pietra bianchi e lucidi, morti ma prepotentemente vivi.
Efialte urla ad ogni passo ma non si ferma, terrificato all’idea che uno di quegli arti possa afferrarlo, i denti maciullarlo e le facce urlare un orrore antico, più forte del silenzio che gli rimbomba nella testa. Mette un piede in fallo e cade in avanti, passando attraverso un muro di braccia e mani, mandandole in frantumi. Urla. Efialte rotola in una stanza completamente al buio dove la torcia non riesce a scorgere le pareti. L’eco insopportabile lo obbliga a tacere. A fatica si mette in piedi e vomita nuovamente.
Come avesse innescato qualcosa con i suoi gemiti, sente un fruscio insistente, un ticchettio costante che si moltiplica, sempre più vicino.
Nel panico si gira su stesso brandendo la torcia fino a quando non scorge un braciere. Vi avvicina la fiamma per accenderlo: da questo si diparte una canaletta sul pavimento che, come un albero, si dirama in una moltitudine di file e scalando colonne, rivelando l’architettura del luogo.
Era una cattedrale, solo con quel termine Efialte riesce a descriverla. Una cattedrale dell’orrore. Colonne spropositate si ergono fino a sparire nel buio e, sulla loro superficie, ne emergono corpi umani scolpiti, tesi nello spasmo della fuga da una prigione di pietra. Le colonne, su due lati, creano una navata centrale al cui fondo un secondo braciere, acceso dall’intricato sistema di canalette, rivela un’enorme statua di pietra raffigurante una testa umana scarnificata, bloccata in un urlo: un Titano. I primi figli degli Dei, massacratori e ingannatori di uomini, orrore antidiluviano sepolto nelle pieghe del tempo.
Efialte è paralizzato, i fruscii aumentano, accompagnati da una serie di colpi insistenti provenienti dall’enorme statua. Lentamente, striscia i piedi fino a vederne alla base, su di un grande altare bianco, i corpi nudi di dieci uomini, apparentemente addormentati, ognuno con una spada al fianco. A guardarli sono tutti diversi, appartenenti a etnie e luoghi lontanissimi tra loro, riuniti insieme. Su di loro, pronta a divorarli, incombe la bocca di pietra spalancata.
Intanto, le sculture sulle colonne sembrano agitarsi convulsamente. Quando sente il marmo crepitare, Efialte capisce che non è un’illusione.
Cominciano quindi le urla, e a nascere dalla pietra non sono semplici esseri umani ma creature mostruose con corna, zanne e artigli, corrotte da qualche antico potere. Efialte piange, la vescica cede pisciandosi addosso, arretra terrorizzato fino a poggiare la schiena contro l’altare candido. Riccamente decorato da sculture architettoniche, si trascina in una delle nicchie alla sua base, tentando inutilmente di nascondersi.
Liberatisi da quella corteccia di pietra, le creature scivolano giù dalle colonne, precipitandosi verso l’altare con la bava alla bocca, scalpicciando rapidamente sul pavimento. Efialte sente la frenesia che trasmetto attraverso il fiato, ansiosi di strapparne la carne. Si avvicinano come un mare di insetti e in breve il primo gli è addosso: umanoide ma con tratti caprini, dotato di zoccoli, corna e fauci irte di denti che si aprono deformando il cranio.
Efialte crede che quello sia l’ultimo movimento intestinale della sua vita quando, sporcatosi ancora i calzoni, disgustato dal puzzo della sua stessa merda, si vede scavalcare dalle gambe dei dieci che aveva visto sull’altare.
Lama in pugno, falciano le creature, le squartano con la gioia di una ricca colazione, imbrattandosi il corpo di sangue. Ridono ad ogni fendente, cantano spiccando le teste e godono quando vengono feriti.
Una danza macabra, questo vede Efialte, accucciato contro il marmo. Uno di essi, il più arretrato, si accorge di lui e gli tende la mano ansiosamente.
-Seguimi.- Efialte riconosce la parola. Gli occhi scuri di lui sembrano degni di fiducia. L’uomo gli afferra l’avambraccio, rassicurandolo abbastanza da farlo alzare.
Gli altri campioni si stringono, spalla a spalla, a proteggere il Re ed Efialte sente già risuonare le trombe e gli uomini chiamarlo “Generale”.
Il gruppo avanza, cadavere sopra cadavere, sul pavimento di carne e budella, sempre più vicino all’uscita, ma Efialte si accorge che anche gli eroi sono mortali.
Un mostro cornuto squarta un campione dalla pelle scura, forse il più possente dei nove. La fila si rinserra e la creatura viene abbattuta ma ormai la breccia si è aperta e, seppur vicini alla fuga, altri muoiono, fiaccando lo spirito di chi resta.
Efialte si stringe al suo custode che brandisce ancora la spada.
Rimangono meno di cinquanta piedi dal cunicolo e solo in due lo proteggono, l’uomo dagli occhi scuri e un orientale dal naso schiacciato. Efialte, incredulo di se stesso, ha assoluta fiducia nella forza dei suoi compagni e li incita. Naso Schiacciato, stremato, rallenta il braccio e lo zoccolo di una creatura gli sfonda il cranio in mezzo agli occhi, mandandolo a sbattere contro Efialte che urla. Il cadavere viene immediatamente trascinato via e divorato mentre altri si affollano per colpire il Re e il suo campione. Manca pochissimo. Occhi Scuri guarda il Re, Efialte vi scorge forza e sicurezza e capisce che con pochi colpi saranno fuori. Occhi Scuri colpisce con un calcio al ventre Efialte, scagliandolo tra i mostri. “Io sono Draco, custode dei Titani.” Dice. Draco approfitta della distrazione offerta alle creature e si fa strada con agilità, raggiungendo il cunicolo.
Efialte, squartato dal collo in giù, muore maledicendo quel nome.

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