Benedetto sia il sole al neon.
Mattina. Gli occhi di tutti sono puntati al cielo. Oggi si potrà distinguere il sole, in mezzo alla coltre di nubi che perennemente oscurano il cielo? No, oggi no.
Jack chiuse la tendina sull'oblò che dalla sua camera da letto dava all'esterno, settantaseiesimo piano. Premette un morbido bottone sopra la testata e le luci al neon invasero l'ambiente. La luce calda del sole gli era stata solo raccontata, molti anni addietro, e di come il suo tepore scaldasse la pelle. Prima che fosse escluso, che fossero necessari tessuti sintetici rinforzati per proteggersi dalle costanti piogge acide.
La fredda luce al neon era divenuta familiare, il suo sole artificiale, al contrario della sbiadita luce grigia, rugginosa nei giorni più chiari, proveniente da una stella sconosciuta. Il lieve ronzio dei depuratori d'aria si era appena riattivato, il suo vento personale.
Indossato lo spesso impermeabile con cappuccio, Jack estrasse dalla tasca un respiratore che sigillava naso e bocca fino all'ingresso in un ambiente chiuso. Qualcuno, in città, nei quartieri migliori, si era fatto impiantare un filtro polmonare, e sfoggiava il proprio viso adorno di un sorriso sbiancato da nanobatteri meccanici.
Indossati i guanti, alzato il cappuccio, avviato il respiratore, Jack uscì dalla porta di casa, un umile blindata con la chiave. La pioggia era appena cominciata. Un piccione, colto alla sprovvista, stava già precipitando sulla strada con le piume che si consumavano di attimo in attimo.

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