Soletan

Nel giro di alcune ore, la foresta cominciò a diradarsi L'occhio correva più agilmente tra i rami, scorgendo dettagli in lontananza. Il freddo pungente della sera prima si andava mitigando con il sole via via più alto nel cielo, sebbene la vita nel sottobosco rimanesse quasi invisibile.
Quando finalmente il terreno fu più agibile, anche Rothgar salì a cavallo e procedettero il resto del tragitto che li separava da una lunga piana su cui sorgeva un villaggio  che ispirava calore e buon cibo.
"Soletan." Bisbigliò Freeda, piegando già le dita a pregustare il tepore del fuoco alla taverna.
Il cavallo nitrì allo sprone di Rothgar che lo avviò al passo per non ucciderlo di stanchezza poco prima del traguardo.
Il villaggio era ampio e si allungava sulla pianura fino a lambire la foresta dall'altro lato. Protetto da una cinta muraria alta tre uomini, costruita di pietra e tronchi di legno, era uno dei pochi luoghi non soggetti al dominio di nessuno, non pagava tributi ad alcuna compagnia o esercito, ma li ospitava tutti come una zona franca.
Un ampio portale di legno spesso e metallo bloccava l'accesso, le teste di molte sentinelle spuntavano dalla cima delle mura, scrutando la zona. Soletan non godeva di una posizione strategicamente fortificata, non era difficile da raggiungere e non aveva fiumi cui appoggiarsi, eppure si era sempre difesa strenuamente, passando per brevi periodi sotto il controllo di questo o quel clan. Con la forza delle armi, i paesani avevano imparato a reclamare la propria indipendenza, spesso aiutati da chi aveva goduto della loro accoglienza.
Giunti presso le mura, attraversarono il portale sotto gli occhi attenti di vari uomini armati che registrarono il passaggio di due viandanti su di un ronzino scheletrico.
Rapidamente, Rothgar diresse il cavallo fin dall'altro lato delle mura, presso un edificio rettangolare con annesse stalle da cui proveniva un forte baccano. Uno stendardo rosso con un cerchio  nero al centro penzolava da una delle finestre.
"I Rossi di Gerda?" disse Freeda, dopo essere smontata da cavallo. "Perché siamo qui?"
"Conosco Kai, uno dei comandanti della fanteria." Rispose l'altro.
"Hai intenzione di unirti a loro?"
"Che altra scelta abbiamo?" Rothgar avanzò fin sulla porta, dubbioso su cosa sarebbe successo di lì a poco.
La donna afferrò l'altro per la spalla e lo fece voltare malamente, avanzando ad un palmo dal suo viso.
"Io non so niente di questi Rossi!" disse, portandosi ancora più vicino.
"Vattene allora!"
Rothgar si girò, scrollandosela con poco garbo, e bussò alla porta. Quella grugnì di disappunto e si allontanò a passi pesanti.

Imboccato un vicolo, si rese conto che non sapeva dove stava andando. Era stata a Soletan per brevissimo tempo. La Compagnia si era fermata per riposare per poco più di una settimana e non aveva avuto il tempo di conoscerla quanto bastava.
Pensierosa, guardò la strada lercia chiedendosi se sarebbe finita a vivere in un bugigattolo del genere dopo aver passato la giornata piegata in due su una zappa. Agitò il capo vistosamente, per togliersi di dosso questi pensieri e ricordarsi chi era.
"Taglia dita, Taglia dita..." sussurrò al ratto che passava di là.
Svoltato l'angolo su una strada più ampia, si imbatté in una locanda dall'aspetto poco rassicurante: la Foresta Nera. Sopra la porta era stato dipinto sul muro un semplice albero tutto nero.
All'interno, le uniche due finestre erano troppo piccole per illuminare la sala comune, comunque non molto grande, lasciando ampie zone d'ombra, illuminate in parte da un camino sulla parete opposta.
L'aria puzzava di stantio e il tavolaccio del bancone era appiccicoso e scheggiato.
Con le poche monete di rame che conservava in un sacchetto alla cintura, tutti i suoi averi dopo la disastrosa sconfitta, pagò una birra annacquata e una scodella con due patate bollite e si sedette ad un tavolo traballante.
Pochi erano gli avventori, tutti però ruotavano per un attimo lo sguardo alla vista della ragazza che, tranquillamente, mise ben in vista la spada che aveva al fianco. Con dolcezza, il blando tepore del fuoco le sciolse i muscoli.
Tra un sorso e l'altro di quello che poteva essere chiaramente considerato piscio aromatizzato ma che sembravano nettare divino dopo tanta stanchezza, gli occhi di Freeda si posarono su un'ampia schiena presso un tavolo poco illuminato. Era enorme e non si riusciva a distinguerne la faccia a causa di un ampio cappello di paglia che portava ben calcato sulla testa. Dopo averlo fissato per qualche secondo, la donna fu rapita dal particolare della spada: la teneva di traverso sulle cosce, se ne poteva vedere solo parte dell'impugnatura straordinariamente grande, con un grosso pomo all'estremità grande quanto il suo pugno. Gli ci volle qualche secondo per riconoscerla e sentire di nuovo quella sensazione di paura ferina che l'aveva attanagliata nella foresta.

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