Arrivo
Si accende una luce rossa, un led pulsante che grida pericolo con un suono acuto e stridulo. Le porte si aprono fragorosamente, il treno sbatacchia dall'improvviso fermarsi presso la banchina.
L'ultima, per tutti quelli che abitano l'area satellite. L'allarme si fa insistente, lunghi suoni percorrono il serpentone metallico, denunciandone l'imminente ripartenza nella direzione opposta.
Esco, insieme ai pochi che nell'ora dell'ultima corsa tornano a casa o fuggono da essa. Le porte si serrano alle mie spalle con un suono di mannaia.
Faticosamente, il metallo si rimette in moto, scivolando sulle rotaie.
L'ultima stazione, al contrario delle altre, non è sotterranea ma sopraelevata. Da qui i treni si tuffano nel sottosuolo per rispuntare tra gli antichi palazzi di periferia. Una scaletta larga e tutta in metallo scende dritta verso l'uscita.
Alle finestre una tenda di polvere e sporco vela la notte senza stelle. Il mio riflesso sul vetro, alla luce dei neon, rivela un aspetto che raramente ricordavo. Un impermeabile nasconde una camicia lavata e rilavata per apparire il più candido possibile, una cravatta dal nodo frettoloso la corona, cingendomi il collo. Mi manca il respiro. Le scarpe, quelle buone, sono visibilmente rovinate su un fianco e la punta non è lucente come dovrebbe.
Sistemo i capelli, ravviandoli all'indietro. Avrei dovuto sistemare meglio la barba.
Dall'altro lato della stazione c'è una porta scorrevole con un lettore di schede. Estraggo il mio biglietto e lo striscio con un movimento secco e indolore, un intenso secondo più tardi le porte scivolano via nell'intelaiatura, silenziose.
Sono solo, non esito, faccio un passo avanti e le porte si chiudono mentre un sistema di ventilazione piuttosto violento si attiva, risucchiando l'aria intorno a me. Una scritta luminosa sul muro mi avvisa che la decontaminazione ha avuto buon esito, sono libero di andare, il prossimo treno parte tra cinque minuti.
L'ultima, per tutti quelli che abitano l'area satellite. L'allarme si fa insistente, lunghi suoni percorrono il serpentone metallico, denunciandone l'imminente ripartenza nella direzione opposta.
Esco, insieme ai pochi che nell'ora dell'ultima corsa tornano a casa o fuggono da essa. Le porte si serrano alle mie spalle con un suono di mannaia.
Faticosamente, il metallo si rimette in moto, scivolando sulle rotaie.
L'ultima stazione, al contrario delle altre, non è sotterranea ma sopraelevata. Da qui i treni si tuffano nel sottosuolo per rispuntare tra gli antichi palazzi di periferia. Una scaletta larga e tutta in metallo scende dritta verso l'uscita.
Alle finestre una tenda di polvere e sporco vela la notte senza stelle. Il mio riflesso sul vetro, alla luce dei neon, rivela un aspetto che raramente ricordavo. Un impermeabile nasconde una camicia lavata e rilavata per apparire il più candido possibile, una cravatta dal nodo frettoloso la corona, cingendomi il collo. Mi manca il respiro. Le scarpe, quelle buone, sono visibilmente rovinate su un fianco e la punta non è lucente come dovrebbe.
Sistemo i capelli, ravviandoli all'indietro. Avrei dovuto sistemare meglio la barba.
Dall'altro lato della stazione c'è una porta scorrevole con un lettore di schede. Estraggo il mio biglietto e lo striscio con un movimento secco e indolore, un intenso secondo più tardi le porte scivolano via nell'intelaiatura, silenziose.
Sono solo, non esito, faccio un passo avanti e le porte si chiudono mentre un sistema di ventilazione piuttosto violento si attiva, risucchiando l'aria intorno a me. Una scritta luminosa sul muro mi avvisa che la decontaminazione ha avuto buon esito, sono libero di andare, il prossimo treno parte tra cinque minuti.

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