Kalon - Area Sud - Periodo Imperiale
Kalon, Maggiore dell’esercito imperiale, avanzava lentamente
ai margini del deserto, a piedi, reggendo il braccio ferito e dolorante.
Scampato all’agguato, era precipitato dal fianco della
collina, dopo che un predone l’aveva colpito troppo rapidamente perché
riuscisse a pararlo del tutto. La lama aveva raggiunto la giuntura appena sotto
lo spallaccio di cuoio e la spada aveva aperto un profondo squarcio,
spingendolo a rotolare per decine di metri lontano dall’accampamento che
divideva con altri cinque uomini.
Era trascorso un giorno, la missione era sicuramente perduta, rifletteva
il Maggiore mentre procedeva faticosamente verso il campo.
Gli uomini giacevano morti, dei cavalli nessuna traccia,
eccetto per uno azzoppato riverso su un fianco, le tende erano state rovistate e messe a
soqquadro, spargendone il contenuto tutto intorno.
I banditi avevano rubato tutte le provviste, gran parte dell’equipaggiamento e le poche cose di valore che trasportavano.
In un angolo presso una tenda, giaceva la sua borsa da viaggio. Kalon vi si avvicinò ansioso, passandosi una mano sul volto sudato. I fogli dei documenti militari giacevano rovinati dappertutto assieme ad un piccolo astuccio di legno miracolosamente intatto.
I banditi avevano rubato tutte le provviste, gran parte dell’equipaggiamento e le poche cose di valore che trasportavano.
In un angolo presso una tenda, giaceva la sua borsa da viaggio. Kalon vi si avvicinò ansioso, passandosi una mano sul volto sudato. I fogli dei documenti militari giacevano rovinati dappertutto assieme ad un piccolo astuccio di legno miracolosamente intatto.
Sospirò, inginocchiandosi e riflettendo sul da farsi: si
trovava a quattro giorni di marcia a cavallo dalla città più vicina, e ne
sarebbero serviti alti quattro per arrivare dove era diretto e consegnare
quella maledetta pergamena di cui non sapeva il contenuto ma che aveva ucciso
altri quattro uomini. Con sguardo indagatore scrutò la custodia, la soppesò tra
le mani, per aprirlo, leggere il contenuto della pergamena che conteneva,
chiusa da un pesante sigillo laccato del Consiglio Imperiale, e probabilmente
stracciarla in mille pezzi.
Aprì il contenitore, la lettera giaceva esattamente al suo
posto, intatta. Avrebbe potuto richiuderlo, mettersi in marcia e rischiare
almeno dieci giorni di marcia, ferito e senza cibo, per consegnarla al Satrapo
di Sarghat, compiendo il proprio dovere militare, guadagnandosi lodi e onori di
nessuna importanza sul sangue dei suoi uomini per chissà quale ennesimo
trattatucolo commerciale.
Impulsivamente agguantò la pergamena e la cacciò in tasca, scaraventando lontano
l’astuccio, poi si alzò e si voltò verso est.
A circa un giorno di cammino doveva esserci un piccolo
villaggio ai piedi di alcune colline di cui non ricordava assolutamente il
nome, pensava, mentre sganciava gli spallacci con il simbolo imperiale e si
copriva con un mantello da viaggio risparmiato dalla furia dei razziatori.
Vendendo l’armatura avrebbe potuto racimolare qualche moneta
per sostenersi, trovarsi un lavoro onesto dove non doveva uccidere nessuno
all’età di quarantatre anni e magari una donna… Congedato con disonore o peggio
disertore dell’esercito imperiale! Nel
caso migliore, lo avrebbero creduto semplicemente morto e gli avrebbero
riservato un funerale onorevole per essere caduto durante una delicata missione
diplomatica. A chi sarebbe importato?
Con delicatezza controllò lo stato della ferita, ripulendola
alla buona e fasciandola, per quanto il braccio glielo consentisse.
Kalon non si era mai sposato, aveva giaciuto con alcune
donne, ma il rigore marziale lo aveva assorbito completamente negli ultimi
trent’anni.
Nessuna sembrava abbastanza per attenderlo a casa, dopo mesi
e mesi di assenza dalla città, magari a lavorare nei campi da sola fino a
quando non avrebbero avuto un figlio e avrebbe dovuto badare anche a lui fino
al momento in cui non sarebbe stato abbastanza grande da tenere in mano una
zappa o una spada.
Recuperata una daga dal corpo di uno dei suoi soldati ed
averla fissata al fianco, scorse una vanga per seppellire quelli che erano
stati alcuni dei suoi innumerevoli compagni.
Frazer era steso su un fianco con la gola squarciata. Ando,
il più giovane, aveva un coltello ancora piantato sotto l’ascella. Erano gli
unici due della compagnia che conosceva da più di qualche giorno, con cui aveva
scambiato alcune chiacchiere sotto la pioggia, dentro le tende, durante la
marcia di avvicinamento alla regione del Kilhoren. Loro una donna l’avevano,
sebbene fossero di almeno dieci anni più giovani, forse anche un figlio.
Gli ci vollero due ore per seppellirli tutti e cinque, con
una grossa pietra sopra. Non era una tomba lussuosa né somigliava ai tumuli dei
guerrieri delle storie, ma poteva andare come un ultimo saluto a dei
commilitoni.
Come quando era fuggito di casa con un bastone e un tozzo di
pane per sfuggire al lavoro nei campi e arruolarsi nell’esercito, Kalon si
allontanò lasciandosi l’esercito alle spalle, chiedendosi se suo padre e sua
madre fossero già morti, in quella casa presso il bosco Ren che aveva
abbandonato molto tempo prima.
Era il tramonto, non era saggio viaggiare troppo durante il
giorno, in territorio Kilhoren.
Il paesaggio secco e desolato, caratterizzato da
affioramenti rocciosi e venti polverosi, lasciava il posto ad una notte fredda,
mentre creature dormienti si svegliavano per mangiare. Pochi arbusti e piante
spinose erano i compagni di viaggio del pellegrino.
Dopo molte ore di cammino per quello che sembrava un
sentiero di pastori, Kalon si abbandonò alla stanchezza rifugiandosi presso un
basso riparo roccioso.
Un forte battere di zoccoli lo risvegliò dal torpore, la
luce del giorno era accecante tanto da doversene riparare le mani. Il tempo di
rendersi conto cosa lo aveva destato che sentì la punta curva di una spada
Kilhorish sfiorargli il petto.
“Sark” – cioè “pace”, disse, immobilizzandosi.
Una grossa mano callosa lo afferrò per il mantello,
tirandolo in piedi e provocandogli gemiti di dolore dovuti alla ferita sul
braccio.
Quando gli occhi si abituarono e riuscì a dischiudere le palpebre,
gli si presentò un viso dalla pelle nera, rugoso, con un’espressione perplessa.
Il capo avvolto in un turbante cencioso e il resto del corpo in abiti sporchi e
consunti. Alle sue spalle, due carri trainati da cammelli e mezza dozzina di
uomini armati lo fissavano. Uno di loro si avvicinò a quello che gli stava di
fronte.
I due si scambiarono alcune parole incomprensibili ma era
evidente che parlassero di lui.
Lo guardarono qualche secondo, poi il primo fece un fischio
e il secondo uomo gli afferrò il braccio buono. Istintivamente, Kalon si
divincolò, ma il dolore all’altro braccio lo tradì, il tempo necessario che
l’avversario estraesse un coltello e glielo puntasse al petto.
Impotente, seguì l’uomo al carro, mentre l’altro gli teneva
il coltello alla schiena.
Il mezzo era coperto da un telo bianco che ne nascondeva
l’interno, ma erano intuibili figure umane. Un altro scostò il tessuto,
rivelando un’ampia gabbia entro cui c’erano quattro uomini.
Accovacciato di fronte a lui, un uomo dal fisico massiccio e
la pelle nera lo osservava con attenzione. Non indossava altro che una stoffa
attorno alla vita ed erano ben visibili larghe cicatrici sul collo e sui polsi.
Disse qualcosa ad un altro accanto a lui, la cui pelle era invece più chiara,
ma aveva dei lunghi capelli biondi.
Questi rispose qualcosa e si voltò anche lui verso Kalon
“Hanno avuto pietà di te… cosa rara da queste parti.” Disse
il biondo.
In fondo al carro stava un umanoide alto almeno sette piedi,
il cui colorito era tendente al grigio. Il volto aveva un’espressione ferina,
con occhi piccoli, orecchie leggermente rialzate e la punta di una zanna che
sporgeva dal labbro inferiore. Sul capo aveva solo un ciuffo di capelli che
teneva legato. Mani e piedi erano legati da massicce catene bloccate al
pavimento. Il mezzorco, razza che Kalon aveva visto assai di rado, respirava
pesantemente guardando fisso di fronte a se, come se volesse divorare il
giovane elfo dall’espressione altezzosa che gli stava davanti, silenziosamente.
“Pietà?” Ripeté il soldato.
“Non sembri adatto a combattere. Saresti morto nel deserto.”
Gli rispose il biondo. Cacciatori di uomini da mandare a lottare in un’arena, ne
aveva sentito parlare, anche se non vi aveva mai assistito.
“Dove stiamo andando?” Chiese Kalon.
“Karak Nus, a vedere la nostra ultima alba, straniero.”
Disse l’altro, sorridendo in modo inquietante.
Ci vollero tre giorni di marcia verso sud per giungere in
lontananza della città. Il sole penetrava inarrestabile attraverso la tela e li
cuoceva lentamente, tanto che raramente qualcuno parlò, lasciando che fosse il
cigolare del carro ad accompagnarli.
Sotto stretta sorveglianza, i carcerieri li facevano scendere dal carro
a coppie per dargli da mangiare e da bere il minimo indispensabile. La ferita
di Kalon, spalmata con un unguento dall’uomo col turbante, guarì rapidamente.
A metà mattino i rumori della folla presero il posto del
silenzioso paesaggio, annunciando l’arrivo a Karak Nus da lunga distanza.
Il villaggio sorgeva attorno alle fosse di combattimento,
scavate direttamente nel terreno, con i bordi in pendenza per permettere agli
spettatori, ma soprattutto agli scommettitori, di seguire le lotte.
Le case erano per lo più basse e mal costruite, ad eccezioni
di pochi vistosi palazzoni che svettavano.
Il viaggio dei prigionieri terminò presso l’ombra di uno di
questi, in una galleria colonnata. Il telo che copriva il carro fu rimosso da
alcune guardie armate di lance e protette da armature di cuoio bollito e
metallo. Incatenati, li condussero nei
bagni, dove furono strigliati per bene.
“Ci vogliono belli e in forma per domani.” Disse il biondo,
con una spugna in mano.
“Domani?” rispose Kalon, grato di potersi finalmente lavare.
“Per la lotta inaugurale. Ci mettono alla prova.” Gli
rispose quello, sorridendo. “Se faremo bella figura non saremo venduti come
schiavi.”
Kalon tacque, assimilando quella notizia come al preludio di
una battaglia campale.
Dopo il bagno li portarono in una cella sotterranea, poco
illuminata e composta di qualche pagliericcio e un buco per latrina. Un pasto
fatto di pane e brodo con qualche pezzo di carne secca gli apparve quasi un
banchetto.
“Perché sembri così felice per tutto questo, Biondo?” Chiese
infine Kalon, mentre mangiava l’ultimo boccone. “Potresti morire.”
“È vero, ma non morirò. Non io. Forse tu, vecchio. È già
tanto che tu non sia rimasto ammazzato dal viaggio.”
“Sei troppo sicuro, ragazzo.” Disse Kalon, scoccandogli
un’occhiata severa.
“Possiedo molti talenti.” Rispose il Biondo, specchiandosi
nella coppa d’acqua che teneva in mano. “Io non morirò.” Ripetè, in tono deciso.
Lì accanto gli altri stavano silenziosamente terminando il
proprio cibo. L’uomo dalla pelle scura era appoggiato ad una parete, ad occhi
chiusi. Il mezz’orco aveva ancora le catene a mani e piedi e se ne stava in un
angolo, mentre l’elfo stava in piedi presso l’entrata sbarrata, dando le spalle
a tutti gli altri.
Il giorno dopo giunse luminosissimo e carico di ansia per Kalon
tanto quanto per gli altri membri dello strano gruppetto. Solo il Biondo
sembrava sorridere spavaldo mentre gli altri si muovevano nervosamente per la
cella.
Nei suoi anni da soldato aveva sostenuto varie battaglie e
qualche duello, ma questo sembrava qualcosa di profondamente diverso.
Di buon mattino, una squadra di guardie li condusse di nuovo
su un carro, stavolta più ampio e comodo, con panche su cui sedersi ed una
stoffa scura a coprirlo interamente.
Tutti sudavano copiosamente, la giornata era all’inizio ma l’afa
era insopportabile. Dall’esterno, giungeva un forte vociare di gente, sembrava
che una grande folla li circondasse, rendendo lo spazio sul carro ancor più
striminzito.
Uno scossone li avvertì che erano arrivati. Un uomo armato
di spada sollevò la tenda, rivelando una piazzetta colma di persone in
movimento. Aiutato da altri quattro uomini, li spinse giù dal carro verso un
piccolo arco con un portico all’esterno ed un grosso portone al centro.
Non appena fuoriuscirono dal carro la folla cominciò a
vociare, urlando e ridendo. Con uno strattone alla catena gli armati li
guidarono rapidamente verso la porta: al suo interno una torcia accesa
illuminava una scala di pietra che scendeva per alcuni metri nel sottosuolo.
Raggiunto il fondo, Kalon e gli altri scoprirono che quei
locali sotterranei si collegavano direttamente con l’arena alla base della
fossa.
Da una parte si trovavano le armerie, dall’altra le celle. I
vari ambienti erano poi divisi da alcuni cancelli di metallo, per scoraggiare
qualsiasi tentativo di fuga.
Altri, probabilmente lottatori, stavano già in alcune celle
più in fondo. Quando i cancelli alle loro spalle si chiusero furono raggiunti
da quell’uomo scuro che li aveva trasportati dal deserto fino a qui.
“Il mio nome è Krato.” Esordì l’uomo dalla pelle scura,
cotta dal sole e bagnata solo da lacrime e sudore. Kalon poteva leggerglielo
negli occhi, dal modo in cui li guardava
con un certo sorriso. Somigliava ad alcuni vecchi ufficiali in visita alle
reclute, ma c’era qualcosa di più selvaggio nello sguardo di Krato.
“Oggi si deciderà se sarete schiavi o guerrieri. Combattete
bene o terminerete i vostri giorni da schiavi, con la catena al collo. Se
sopravviverete forse potrete chiamarmi maestro.”
Kalon lo guardò attentamente: il volto duro, le cicatrici
che lo sfiguravano sulla fronte e le guance, la frusta su un fianco e una corta
spada curva nell’altro. Il suo modo di muoversi, per breve che fu, gli diede
l’apparenza di qualcosa di tremendamente ferino.
Allontanatosi, le guardie distribuirono protezioni di cuoio,
spade, scudi, asce, lance, tridenti. Kalon non era certamente il più forte.
Tra le lame, cercò
qualcosa che andasse bene, fino a quando
non trovò una spada lunga discretamente bilanciata. Questa era dritta,
diversamente da altre più tipiche del posto, che erano invece curve, larghe e a
punta tronca.
Trovato uno scudo, prese anche un pettorale di metallo, bracciali
e gambali di cuoio.
Mentre si equipaggiavano, un pesante rullare di tamburi
echeggiò tra i corridoi di pietra. Un cancello venne aperto e udirono il
vociare di altri che li precedevano sul campo.
Al loro ingresso, un coro di insulti si levò dagli spalti
gremiti. Il sole bruciava, la sabbia sotto i piedi era rovente come carbone, il
sudore freddo della paura imperlava la schiena di Kalon che fissava gli
avversari dall’altro lato del cerchio. Cinque uomini perfettamente bardati,
dagli occhi feroci, consapevoli. Uno di questi, dall’elmo crestato, armato di
spada, fece qualche passo avanti, puntandoli in segno di sfida.
I tamburi battevano lentamente. Una voce potente si levò da
una delle file più basse.
“Una sfida minore come antipasto, cinque schiavi appena arrivati
nella scuola di Sakrate contro cinque reclute. Sarà deciso se continueranno a
vivere da guerrieri o venduti come schiavi, se sopravviveranno
all’iniziazione.”
La voce cessò e urla di incitamento alla lotta si levarono
dal pubblico impaziente.
Alle sue spalle, il mezzorco fece un passo avanti con fare
ostile. Non avendo trovato protezioni adeguate alla sua taglia, si era armato
solo di una grossa ascia. Portatosi accanto a Kalon gli lanciò un lungo
sguardo.
“Io sono Grog.” Disse, tornando a voltarsi verso gli
avversari.
“Kalon.” Mettendosi
in posizione.
Una tromba suonò una lunga nota, poi i tamburi ripresero a
battere più rapidamente.
Gli avversari si slanciarono in avanti, sicuri.
Kalon si chiuse in difesa mentre alla sua sinistra Grog era
già scattato roteando la grossa ascia contro il guerriero dalla cresta rossa. Dietro
di lui, l’uomo di colore, armato di una spada corta dalla lama larga e di un
piccolo scudo, avanzò rapidissimo, cogliendo di sorpresa un avversario, deviando
il colpo all’ultimo momento e rimanendo ferito ad un braccio.
Il biondo, spavaldo, si era ben coperto con protezioni di
cuoio, ma aveva lasciato il volto scoperto e sorrideva, brandendo una lancia
contro un uomo enorme che batteva l’ascia contro lo scudo al ritmo dei tamburi.
Ad un affondo un po’ troppo lungo, questi scartò di lato, deviando la punta
della lancia e assestandogli un colpo di piatto che lo scaraventò a terra.
L’elfo, intanto, con una spada curva, parava con fatica un
potente fendente di un grosso energumeno, approfittando del momento per
sferrargli un calcio dritto che lo fece barcollare. Questi, terrorizzato, evitò
per un pelo un secondo colpo dell’avversario, sferrati con un lungo
coltellaccio che teneva nella sinistra.
Ancora fermo in difesa, Kalon osservava avvicinarsi un combattente
armato di lancia corta e scudo al braccio, pronto a scattare verso di lui.
Tenendo alta la spada davanti a se, deviò la punta dell’arma avversaria. Questi
ritirò indietro la lancia, scattando sul fianco per cercare un varco nella sua
difesa.
Intuita la strategia nemica, Kalon si mosse all’indietro,
per uscire dalla gittata del nemico che ripeté ancora la manovra, facendo schizzare
rapidamente la lancia. Kalon sapeva che non aveva possibilità di vincere se
fosse andata avanti per molto a questo ritmo.
Alla manovra successiva, invece di arretrare, Kalon si fece
avanti, deviando la lancia con lo scudo per trovarsi a distanza ravvicinata con
il nemico e colpirlo duramente al volto con il pomolo della spada. Preso di
sorpresa, barcollò all’indietro, offrendo il fianco al soldato che affondò la
spada fino all’elsa, caricando con tutto il suo peso per finirlo.
Ansante, si rialzò dal cadavere nemico, tolse l’elmo e
risucchiò avidamente un po’ d’aria.
Intorno a lui, Grog il mezzorco e l’avversario lottavano
senza tregua, suscitando il piacere del pubblico. Ad un colpo del primo, il
secondo rispondeva altrettanto rapidamente, rendendo il duello quasi alla pari.
Grog sanguinava da un brutto taglio sull’addome quando, avanzato, afferrava con una mano la lama della spada di
Cresta Rossa e gli sferrava un possente fendente con l’ascia tra spalla e
collo, spaccandolo in due. La folla urlò estasiata mentre il vincitore
strappava l’elmo crestato dal perdente e lo gettava lontano.
Voltandosi, Kalon vide l’uomo dalla pelle scura che colpiva
ripetutamente il suo l’avversario protetto dallo scudo con furia incredibile ma
l’altro rimaneva saldo sulle gambe, approfittando del momento giusto per
sbattergli contro il bordo dello scudo e fracassargli il cranio con un violento
colpo di mazza.
Reggendosi il braccio ferito, questi si voltò verso il
Biondo che si era rialzato dal colpo subito ma aveva ricevuto un brutto taglio sul
volto che lo aveva sfigurato.
Con un occhio chiuso,
agitava debolmente la lancia. L’altro, sfruttandone la debolezza, scartò la
lancia, investendolo con tutta la sua forza e facendolo cadere pesantemente di
schiena. Non contento, lo bloccò con un piede sul petto e, roteata platealmente
l’ascia, gli tranciò il braccio sinistro all’altezza della spalla, ridendo
sguaiatamente e alzando le braccia trionfante. Sputato in faccia
all’avversario, si allontanò dal corpo martoriato del Biondo.
Nel frattempo, l’elfo sanguinava da una ferita alla coscia, raggiunto
dalla seconda lama dell’avversario. Con un ultimo slancio, tentò un fendente
che l’altro parò senza tanti problemi, approfittando della posizione per
colpire con un calcio il ginocchio dell’elfo, che cadde indifeso. Il guerriero,
sfrontato, gli girò attorno roteando
elegantemente le lame mentre quello si rialzava debolmente. L’uomo si volse
quindi verso il pubblico che vociava perché finisse il povero elfo, dandogli le
spalle incurante. Questi, con un colpo secco, lo attaccò alla caviglia,
tranciandogli di netto il tendine e facendolo crollare a terra. Urlando a
squarciagola, lo trafiggeva ripetutamente con foga disperata, dilaniandone il
cadavere.
La folla esplose fino a quando il cancello da cui li avevano
fatti entrare nell’arena si apri cigolando e alcuni armati li spinsero dentro.
Altri, piantati degli uncini legati a delle corde nelle carni dei morti, li trasportavano
fuori.
Nel frattempo, altri con una barella avevano raccolto il
corpo del Biondo.
I guerrieri furono rapidamente divisi in celle separate.
L’elfo era ancora estremamente agitato, teneva le braccia al
petto e si guardava intorno spaventato. Grog, al contrario, sebbene sanguinasse
ancora per le molte ferite ricevute, sembrava contento e riposava seduto contro
una parete. Voltatosi verso Kalon che stava slacciandosi l’armatura gli si
rivolse con un bieco sorriso sul viso.
“Credevo che non ce l’avresti fatta.”
“Siamo sopravvissuti, va bene così. Pensavo che in un modo o
nell’altro ci avrebbero ucciso.” Rispose l’uomo.
“Questo qui non mi sembra ne sia uscito integro.” Disse il
mezzorco, indicando l’elfo. “E il Biondo…”
Kalon lo guardò silenziosamente, valutando sulla base dei
molti soldati che aveva visto in passato che probabilmente questo doveva essere
stata la prima volta in cui aveva dovuto combattere davvero per la propria
vita.
Gli si accostò con cautela, ma prima che potesse dire o fare
nulla la cella si aprì per far entrare Krato.
“Eccellente! Eccellente! Avete fatto un buon lavoro, il
padrone è contento.”
Grog, alzatosi con fare ostile, sputò per terra.
“Non t’agitare, orco. Sono rari quelli come te e sono sicuro
che farai molta strada. Non tu, a quanto pare. E nemmeno quel biondino senza un
braccio” Disse, rivolgendosi all’elfo.
“Cosa vuoi dire?” rispose quello, parlando per la prima
volta in lingua comune. Era una voce
giovane, rotta dalla tensione.
Kalon si chiese quanti anni poteva avere ma sapeva che per
quelli della sua razza il tempo scorreva molto diversamente.
“Sei debole, ma sei sopravvissuto e non ho intenzione di
perdere del denaro. Ho già chi ti comprerà come schiavo. Devi ringraziare il
tuo bel faccino, anche se con il Biondo tutto intero avrei certamente
guadagnato di più.”
Krato si avvicinò a Kalon “Tu andrai con lui.” Disse,
piuttosto stizzito, non aggiungendo una parola sull’argomento.
L’uomo si voltò prima verso il mezzorco, poi verso l’elfo
con sguardo interrogativo.
“Buona fortuna.” Disse Grog.
In capo a un’ora un paio di guardie prelevarono l’elfo e l’umano
e li misero su un carro coperto da della stoffa bianca aperto sui lati,
permettendo ai due di guardarsi intorno. Gli armati che li scortavano li
avevano incatenati e gli sedevano di fronte mentre attraversavano le strade,
passando per alcuni quartieri dove l’abisso di differenza tra ricchi e poveri
si faceva palese.
Il commercio di guerrieri e le lotte nella fossa sembravano
l’unica ragione dell’esistenza della città. I più abbienti avevano scuole di
lottatori, altri li vendevano, i più poveri elemosinavano o finivano per
combattere nelle fosse notturne, scommettendo per pochi spicci.
“Dove stiamo andando?” si azzardò a chiedere l’uomo.
“Taci e aspetta, schiavo.” Rispose un miliziano con una
folta barba.
Kalon e il compagno osservarono carri e palanchini ben più
sfarzosi passargli accanto, sempre attorniati da folle di straccioni
elemosinanti. Agli angoli delle strade, individui più scaltri raccoglievano le
puntate per le lotte del pomeriggio nelle fosse più piccole, in piazzette
sparse tra i quartieri, dove gli accessi erano tutti all’aperto ed erano
talmente gremite da coprire la luce del sole.
Il carro proseguì fino ad una villa con un ingresso ad arco ed
una fontana ad accoglierli.
“Una fontana nel deserto?” Esclamò Kalon ad uno degli
armati.
Questi si alzò, senza
degnarlo di una risposta, strattonandolo giù rudemente.
Il palazzo era intonacato completamente di bianco, su due
piani, con una struttura ad angoli tondeggianti ed un portico colonnato ornato
di piante a circondarlo.
Furono portati al piano di sopra, in un’ampia stanza
rettangolare con un grande balcone che dava verso gli aridi paesaggi oltre la
città. La sala era elegante, con un grande tappeto arabescato sul pavimento e
arazzi sulle pareti. Molti divanetti completavano l’ambiente accompagnati da
bassi tavolini ricolmi di frutta.
Su uno di questi, stava distesa una matrona coperta di una
pesante pelliccia bianca. I suoi capelli erano rossi e la pelle insolitamente
candida.
“Kalon Tar’Valion, ti ho riconosciuto nella fossa.” Disse,
sorridendo lascivamente con quelle labbra color porfido.
“E tu chi saresti?” Rispose quello, stupito di sentire il
suo nome completo.
“Sono Talia Al’Ras, anche se ormai ho abbandonato quel nome
da anni. Ricordi?” Chiese la donna, in tono quasi canzonatorio.
“So cosa successe alla famiglia Al’Ras… ma non ho memoria di
averti incontrata.” Disse Kalon, squadrandola.
“Hai preso parte ad un banchetto organizzato da mio padre,
il senatore Raz Al’Ras.”
“Questo molti anni prima che venisse condannato per
corruzione. Ora ricordo.” Kalon abbassò lo sguardo per un attimo.
“Eri in veste ufficiale, troppo occupato a farti bello coi
vertici militari. Giovane, ambizioso. Io ti notai. Ero ancora una donna sola,
attratta dai giovani ufficiali.”
“Ero giovane, è vero.”
“Entrambi abbiamo fatto strada.”
“Che cosa vuoi da me?” Sbottò il soldato, spossato.
“Quando la mia famiglia è caduta in rovina sono dovuta
fuggire. Mio marito ucciso dagli strozzini e io per la strada.”
Mentre parlava, un brivido la fece sussultare. “L’arido sud sembrava l’unico posto in cui
potevo ricominciare, questo sole terribile bruciò me e tutto ciò che rimaneva
del mio passato. Ho ritrovato il potere con i miei guerrieri e il mio palazzo.”
Kalon si guardò intorno, strofinandosi i polsi incatenati
per un po’ di sollievo.
“Ti ho visto combattere, sei bravo.”
“Non sarei sopravvissuto fino alla mia età se non sapessi
maneggiare la spada.”
“Qui sono più forti che talentuosi. Rozzi guerrieri che tu
potresti addestrare.”
“Perché mai dovrei farlo?” Chiese quello, soppesando le sue
possibilità, sorpreso da una proposta simile.
“Che scelte hai? Ti offro il giusto prezzo.” Disse furbamente,
carezzando il cuscino accanto a se. “Il mio povero marito è morto da troppo
tempo, questa casa ha bisogno di un uomo forte.”
“E diventare complice di queste barbarie che chiamate
giochi?”
“L’Impero è molto lontano da qui, le sue regole non hanno
valore.”
Lei si alzo, per guardarlo più da vicino. “Oppure potrei
sempre rimandare te e il tuo piccolo elfo nella fossa dove vi ho raccattato e
farvi sventrare nel prossimo combattimento.”
Disse, sorridendo crudelmente, abituata a far scelte di
questo tipo con leggerezza.
“Questa notte rimarrai alla villa, ti offro un assaggio di
ciò che avrai.”
Ad un cenno, una delle guardie lo liberò delle catene ai
polsi.
“Un segno della mia benevolenza. Mi mancava sentire
l’accento del nord. Portate l’elfo dal resto della servitù e fatelo istruire.”
Rudemente, l’altro fu spinto via, condotto negli ambienti inferiori.
“Gradisci del vino?” disse, offrendogli una coppa.
Era corposo, forte, saporito come non ne aveva mai
assaggiato. Probabilmente nessuno di quelli che abitava la gran parte della
città aveva mai assaggiato qualcosa di simile, le orde di poveri e straccioni
nullatenenti che giocavano i propri soldi e il proprio coraggio nelle fosse.
La donna con la pelliccia si alzò per andare al balcone
coperto da una breve tettoia.
“Lavati, rilassati, pensa alle scelte che ti sto dando. Aspetto
una tua risposta.” Disse ancora sorridendo.
Fu lavato e rivestito da capo a piedi come si trovasse
ancora nella sua casa a Dwarton, nel cuore dell’impero.
Nella stanza al piano superiore in cui fu alloggiato, erano
stati deposti sul letto dei calzoni porpora, comodi sandali e una camicia
bianca con bottoni di ebano. La stanza era completamente bianca, con un letto
in legno riccamente lavorato e alcuni mobili di pregevole fattura, un armadio e
uno scrittoio. Una finestra ad arco dava sul giardino esterno. Due guardie di
ronda stavano ritte presso le mura perimetrali, osservandolo.
Ad un lato della stanza, uno schiavo reggeva un vassoio con
della frutta e alcuni salumi. Era l’elfo, rivestito e coi polsi incatenati.
“Ha mandato te?”
“Dicono che tra qualche tempo mi toglieranno le catene.”
Disse, abbassando lo sguardo.
“Quando sarai stato domato. Qual è il tuo nome?” L’uomo
prese il vassoio che per poggiarlo su di un tavolo.
“Kalsifer, dal Tos Taurul.”
“Sapevo che gli elfi erano tenaci guerrieri.”
“Come tutti gli umani sono selvaggi e ladri di terre?”
Rispose, fissandolo con astio. “Io sono… ero di nobile stirpe. Studioso delle
cose del mondo. Le spade non mi appartengono, anche se ho ricevuto
l’addestramento.” I suoi occhi esprimevano fierezza, ma un’ombra rivelava la
disperazione.
“Anche io ero… nobile. Ma non ho fatto molta strada neanche
con una spada in mano, ed è il mio unico talento.”
“Eppure, io ho le catene ai polsi.”
Una voce femminile si udì provenire dall’esterno, la porta
si aprì e una giovinetta fece un passo all’interno, rimproverando Kalsifer.
“Elfo, Madama Talia ti cerca. Voi potete riposare qui,
invece, Signore. La padrona vi desidera in forze per domani.”
“Cosa intendi, ragazza?”
Ma quella si era già allontanata, portandosi dietro l’elfo.
Uno degli armati chiuse la porta dietro di loro, ruotando rumorosamente la
chiave nella toppa.
Kalon si guardò intorno, vide i tetti bassi delle abitazioni
povere della città e si sedette sul morbido letto di piume a riflettere sul
giorno a venire.
Il mattino seguente fu svegliato dal rumore della porta che
si apriva.
La stessa ragazzina che il giorno prima aveva portato via
Kalsifer portò dentro una bacinella d’acqua.
“Madama Talia vi sta aspettando.” Disse, ritirandosi
immediatamente.
La donna si trovava nei giardini, abbigliata con una
pelliccia a macchie di qualche bestia esotica. Stava semisdraiata, sorseggiando
del vino di fronte ad una fila di dieci uomini, alti e robusti. Seminudi,
avevano braccia e gambe incatenate tra loro. A differenza della donna, i loro
corpi muscolosi erano lucidi di sudore.
“Ecco il maestro.” Disse. “Che te ne pare?”
Kalon guardò prima la donna, poi gli uomini. Nessuno lo
guardava, disciplina o paura della frusta che le guardie imbracciavano.
“E se mi rifiutassi?” Chiese quello, incrociando le braccia.
“Abbiamo sempre delle catene che avanzano.”
Talia coccolava il vino, osservando con lascivia i corpi dei
lottatori, gustandosi il momento in cui Kalon avrebbe ceduto.
“Dategli la frusta.”
Uno degli armati fece qualche passo avanti, porgendogli
l’arma.
“…maestro.” Sussurrò lei.
“Schiavo.” Disse il soldato, fissandola.
“Padrona!” Urlò uno dei servi, correndo nel giardino e
prostrandosi, madido e affannato. “Rivolte! Schiavi, guerrieri, sono tutti
impazziti!”
“Cosa sta succedendo?!” Sbottò quella, schiaffeggiandolo.
“L’esercito imperiale marcia verso la città, c’è il caos
nelle fosse!”
Kalon si voltò verso il vialetto d’ingresso, urla e strepiti
cominciavano a udirsi in lontananza.
Fu un attimo, un lottatore prese alle spalle una delle
guardie, strozzandolo con la catena, mentre un altro gli rubava la spada dal
fianco e lo trafiggeva.
Talia urlò, in un momento si erano liberati e aggredivano
gli altri armati che stavano accorrendo dalla villa.
Nel frattempo, si erano moltiplicati i tumulti nelle strade
ed erano giunte presso la, l’attacco imperiale aveva dato coraggio alle masse
di schiavi.
“Fa’ qualcosa!” Gridò quella. Aveva una lama puntata alla
gola, trascinata per i capelli, ostaggio dei suoi stessi lottatori. “Aiuto!”
Uno dei guerrieri, calvo e particolarmente alto, lo fissò,
il corpo teso, pronto all’azione ad un suo minimo cenno.
“Chiedi ai tuoi schiavi di salvarti!”
Kalon voltò le spalle e corse dentro l’edificio alla ricerca
di Calsifer.
“Sono qui!” L’elfo corse nell’atrio senza catene. “Me le
hanno tolte dopo aver pestato a morte una guardia, dicono che l’Impero sta
arrivando!”
“Hanno ragione e dobbiamo andarcene immediatamente, è la
nostra occasione. Abbiamo bisogno di viveri!”
“Me ne posso occupare io.” Disse Calsifer.
“Sbrigati, vediamoci alle stalle prima che rubino i
cavalli.”
L’altro annuì e corse via.
Strada facendo, Kalon raccolse una spada da un cadavere con
il cranio sfondato a suon di colpi e uscì nel giardino, sul retro della villa.
Appena entrato nelle stalle, una guardia tentò di colpirlo
con un fendente. L’altro, miracolosamente, schivò il colpo e gli sferrò una
ginocchiata nello stomaco. Un colpo di piatto assestato alla nuca lo stordì.
Qualche momento dopo apparve sulla soglia anche l’elfo con
delle borse piene.
“Andiamo, presto!” Kalon era già in groppa al cavallo. Presa
una seconda cavalcatura, di buon passo i due uscirono dalla villa, non prima di
aver udito un’ultima volta le grida di Madama Talia.
La città, fuori del palazzo, era completamente nel caos.
Uomini armati e straccioni che si davano al saccheggio, carrozze in fuga
assaltate e ribaltate. Individui che sbraitavano e si lamentavano chiedendo
soccorso a guardie che non gli obbedivano. Una donna giaceva in lacrime, con le
vesti lacere e le dita mozzate.
Kalon e Calsifer spronarono i cavalli, dovendo ricorrere spesso
alla forza per non venire trascinati giù.
Solo dopo aver attraversato molte strade e superato alcuni
isolati poterono rallentare il passo.
“Dove andiamo?” Chiese Calsifer, guardandosi indietro.
“Lontano da qui.”
“Credevo saresti tornato con l’Impero. Il tuo esercito ormai
sarà appena fuori città.”
Kalon tacque qualche istante, soppesando la possibilità di
tornare tra i ranghi, riprendere i suoi gradi ed assistere ad un altro massacro
per la guerra di qualcun altro.
“No, voglio essere io a decidere quali battaglie affrontare.
Tu non sei obbligato a seguirmi.” Disse, fissando Calsifer.
Kalon piantò i talloni nei fianchi del cavallo che,
bruscamente, s’impennò, per scattare in avanti al galoppo verso fuori città,
dal lato opposto dell’esercito imperiale.
L’elfo battè una mano sul manto bruno dell’animale e,
voltatosi un’ultima volta, partì al galoppo nella stessa direzione.
A circa mezz’ora di cavallo Kalon raggiunse una breve
collina arida, ornata solo di un vecchio arbusto secco.
Fermatosi per guardarsi le spalle fu raggiunto da Calsifer.
“Gli altri servi parlavano di un villaggio verso est, oltre
le colline. Mi è sembrato un bel posto in cui dirigersi.”
Kalon si girò con una mano aperta per schermarsi dalla forte
luce.
“Sta bene.” Disse, incalzando il cavallo.

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