Bezantur
Alle prime luci dell’alba, ogni mattina, i raggi del sole
illuminavano il grande porto di Bezantur.
Sembrava che il giorno volesse svegliare prima degli altri i
pescatori e i commercianti, causa della ricchezza della città. Questi, però,
erano già al lavoro almeno da qualche ora, impegnati ad armare piccole barche
da pesca o enormi navi da carico, destinate a salpare per terre lontane. I
natanti esibivano, quindi, i più vari segni d’appartenenza, bandiere multicolori,
polene scolpite in figure affascinanti, e si udivano i linguaggi più disparati
provenire da ogni molo.
Dalla finestra al secondo piano della locanda Dente del
Pescecane, anche a quell’ora si scorgeva chiaramente la guglia dell’imponente
torre degli oligarchi, un concilio di stregoni che aveva il pieno controllo
della città in maniera dura e brutale.
Volgendo un occhio alla strada era facile incrociare le
guardie armate cittadine, di ronda tra le viuzze. Le corazze pesanti
tintinnavano ad ogni passo, incutendo un certo timore nei cittadini comuni, che
associavano il suono del metallo all’immagine di lame guizzanti con chi
infrangeva la legge. Molto più difficile era invece individuare le pericolose
pattuglie di stregoni, il cui compito era di sradicare immediatamente qualunque
segno di rivolta nei confronti del governo della città-Stato. Ammantati di
porpora, si muovevano in gruppetti compatti, quasi invisibili, ma rapidi e
spietati.
Accostato al vetro, Sandor rifletteva su quanto avevano
rischiato la sorte nel recuperare quel misterioso artefatto per conto dei
rivoluzionari. Era stata un’impresa molto difficile, seppur ben ricompensata,
ma continuava a pensare che qualcosa non sarebbe andato per il verso giusto.
Avevano consegnato un oggetto magico all’apparenza molto
potente, di cui non conoscevano la natura, ad un gruppo armato intenzionato a
sovvertire l’oligarchia magica per un governo più giusto esponendosi ad un
grave pericolo.
Non che gli interessasse molto della sorte della città, a
breve sarebbe stata ormai lontana, ma era noto a tutti che chiunque soltanto
sussurrasse il nome dei rivoluzionari veniva immediatamente raggiunto da uno
squadrone di stregoni per essere interrogato, nel migliore dei casi.
Con tali pensieri in testa, il mezz’elfo indossò il mantello
sopra l’armatura e scese nella sala comune.
Ad un tavolo erano già seduti quelli che ormai poteva
considerare dei compagni. Edward lavorava già di mascelle, chino sul piatto
mentre, accanto a lui, Blake e Sybil chiacchieravano.
Quest’ultima metteva Sandor a disagio come qualsiasi altro
mezz’elfo aveva conosciuto. Non aveva alcuna simpatia per gli elfi, sempre
incuriositi dalla sua natura di mezzo sangue, quando non apertamente ostili,
che gli si rivolgevano quasi esclusivamente in una lingua che non aveva mai
voluto imparare. Ma i mezz’elfi, al contrario, sembravano vedere in lui una
confidenza che non desiderava. Sandor si sentiva molto più a proprio agio con
gli umani che lo avevano sempre circondato, piuttosto che con altri del suo
stesso sangue.

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