Luce fredda

E' la notte più fredda d'inverno. Il vento soffia alla finestra, graffia il vetro, spinge, implora per irrompere nella stanza scura. Tenue la luce fredda d'una lampadina illumina lo studiolo, una scrivania, una pila di carte sporche, macchiate. Tracce di tabacco tra le pagine d'un libro.
Uno scoppio di tosse fa da controcanto ad un tuono, e un altro, un altro ancora.
Rufus toglie gli occhiali da vista, le astine nere come esili gambette d'insetto si sorreggono sul suo viso, tuttavia esercitando una straordinaria pressione sul naso prominente. Non è un naso aggraziato, non è francese, piccolo e all'in su; non è aquilino e autoritario ma un normale, grosso, brutto naso che sta bene solo sul viso di chi lo porta.
Porta le mani alle tempie, si massaggia gli occhi, abbottona la giacca blu scuro, un vecchio cimelio contro il freddo.
Il cucinino è subito fuori dalla massiccia porta di legno che sfrega sul pavimento. Un bel bicchiere di vetro, asettico, liscio, alto. Versa una sostanza amara e scura, nera come la notte al centro, color del cioccolato ai bordi. Solo una piccola parte. Per il resto riempie il contenitore di liquido bianco, più denso, chiaro e rassicurante. Infine una polvere bianca, il legante necessario a equilibrare il tutto.
Giù, in un unico sorso, le pupille si dilatano, Rufus crolla sulla poltronaccia di pelle dagli alti braccioli e il bicchiere scivola via tintinnando sul pavimento.
Il sonno dei giusti.

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